|
Ipertensione, nefropatie e danno cardiovascolare |
|
|
|
|
Friday, 03 June 2011 09:42 |
|
There are no translations available.
Il rene è uno dei principali attori dell’omeostasi corporea, la cui alterazione, secondaria a varie patologie, può comportare la compromissione della funzione di altri organi ed apparati. In particolare il rene svolge un ruolo cruciale nel controllo della pressione arteriosa. Nel 1827 il nefrologo Richard Bright sosteneva che in corso di nefropatia il rene imponeva al cuore una più intensa attività per forzare il sangue nelle più lontane suddivisioni del sistema vasale. Nel 1854 il patologo tedesco Traube confermava come l'esaltato lavoro cardiaco fosse un mezzo di compenso messo in atto dalla natura di fronte al restringimento e alla lesione dei vasi renali: l'aumentata pressione, ovvero l’ipertensione”, risultava così "essenziale" per la vita. Veniva così coniato il termine ipertensione essenziale di cui sentiamo spesso parlare.
Il rene diventa, dunque, un fattore di rischio indipendente ed il suo deficit è responsabile di mortalità e morbilità tali che, nei pazienti con scompenso cardiaco, risulta essere un fattore prognostico ancor più negativo degli indicatori propri di compromissione della funzione cardiaca. D’altra parte la malattia cardiovascolare è la principale causa di morbilità e mortalità nel paziente con I.R.C (46%), 5-10 volte superiore rispetto alla popolazione generale. L’esistenza di una relazione continua tra il livello di pressione arteriosa e il rischio cardiovascolare rende arbitraria ogni definizione e classificazione numerica della ipertensione, risultando una variabile continua così che una pressione normale-alta include valori che debbono essere considerati come “elevati” (ipertensione), nella popolazione ad alto rischio (nefropatici, diabetici, etc.), o accettabili negli individui con profilo di rischio ridotto. Nella malattia renale cronica gli obbiettivi sono di ridurre la PA, il rischio cardiovascolare (fumo, dislipidemia, diabete, etc.) e rallentare la progressione della I.R.C. L’uso e l’efficacia dei trattamenti antipertensivi hanno sicuramente contribuito a far diminuire la mortalità per ictus e cardiopatia ischemica, mentre l’incidenza di IRC è aumentata dell’ 8-13% annuo in quei pazienti con ipertensione arteriosa e diabete. Statine, aspirina, b-bloccanti sono terapie efficaci nel ridurre il rischio di cardiopatia, ma poco utilizzate nei pazienti con malattia renale cronica a dispetto di una riduzione di eventi cardiovascolari (<20%). La strategia terapeutica da adottare dovrà sostanzialmente basarsi sulla riduzione della pressione sistemica ma altresì sulla riduzione della proteinuria. E' necessario insegnare al paziente come misurare correttamente la pressione arteriosa e come riconoscere una eventuale ipovolemia misurandola in ortostatismo; autoregolare le dosi farmacologiche appena riconosce una eccessiva riduzione pressoria in alcune situazioni critiche (caldo eccessivo, ridotta assunzione di cibo); ridurre l'assunzione di sale (2gr/die) evitando cibi in scatola o salati; evitare farmaci nefrotossici.
|