La carotide e l’ictus: attenti a quei due PDF Print E-mail
Written by Dott. Raffaele Luise   
Thursday, 06 August 2009 10:53
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L’ictus, dal latino colpo, è un evento vascolare acuto caratterizzato da un alterato afflusso di sangue ad una regione del cervello dovuto ad una occlusione o una rottura di un vaso cerebrale, ne consegue l’improvvisa comparsa di segni e sintomi riferibili a un deficit più o meno esteso delle funzioni cerebrali. L'ictus è una emergenza medica e deve essere prontamente diagnosticata e trattata in ospedale per l’elevato rischio di disabilità e di morte che esso comporta. Si parla di ictus ischemico quando il danno cerebrale deriva dall’occlusione di un vaso (ischemia) e di ictus emorragico, meno frequente, dovuta alla rottura del vaso (emorragia). L’ictus è la terza causa di morte dopo l’infarto e i tumori, e rappresenta la principale causa d’invalidità. L’incidenza aumenta progressivamente con l’età, il 75% degli ictus colpisce soggetti di oltre 65 anni. Nella maggior parte degli ictus ischemici la causa è rappresentata da una patologia a carico delle arterie carotidi (arterie deputate all’irrorazione cerebrale) dovuto nel 90% dei casi all’aterosclerosi. Assumono quindi un ruolo importante quei fattori di rischio che contribuiscono alla formazione e alla crescita delle cosiddette placche aterosclerotiche: il fumo, l’ipercolesterolemia, l’ipertensione, il diabete, la familiarità e in forma minore l’obesità e lo stress. L’aumento delle placche all’interno dei vasi determina una stenosi (restringimento) del vaso con progressiva riduzione del flusso di sangue al cervello e rischio di ictus; altre volte le placche aterosclerotiche possono frammentarsi ed andare quindi ad ostruire vasi più piccoli che si trovano a distanza. Il grado di stenosi della carotide assume un ruolo importante ai fini dell’evoluzione e della terapia della malattia. Nella maggior parte dei casi la diagnosi di stenosi carotidea viene fatta con l’ecocolordoppler, un esame semplice, ripetitivo e poco costoso, ma operatore dipendente; altre volte si passa ad un esame di secondo livello (AngioTAC o AngioRMN) per la conferma della lesione. In presenza di una stenosi carotidea, a seconda dell’entità della stessa, si decide per un corretto iter terapeutico che può essere di tipo medico o chirurgico. La terapia medica si avvale di farmaci antiaggreganti piastrinici, in primo luogo l’aspirina, che “rendono più fluido il sangue” a contatto delle superfici irregolari delle arterie stenotiche e farmaci atti a modificare quei fattori che accelerano il processo aterosclerotico (ipercolesterolemia, ipertensione, diabete). La terapia chirurgica diventa preminente quando la stenosi della carotide supera il 60-70%, a questo punto il rischio di avere un ictus diventa elevato. Due modi per il trattamento di una stenosi carotidea, 1) la chirurgia “open” tradizionale che prevede attraverso una piccola incisione al collo, l’apertura della carotide e l’asportazione della placca: è un intervento delicato ma poco impegnativo per il paziente, effettuabile in anestesia loco-regionale come in uso nel nostro centro, gravato da un basso rischio operatorio (1% circa). 2) la tecnica endovascolare consiste nella dilatazione della stenosi con un palloncino ed il posizionamento di uno Stent (retina metallica) attraverso delle sonde introdotte da un’arteria all’inguine; questa procedura, seppur recente, è sicuramente meno invasiva per il paziente, richiede un’anestesia locale all’inguine, presenta però qualche rischio in più e non può essere utilizzata in tutti i casi. L’impiego strategico delle due tecniche, in mani esperte, ha portato la terapia della stenosi carotidea a livelli eccellenti di sicurezza; resta sempre fondamentale da parte del paziente l’adozione di un corretto stile di vita, l’abolizione dei fattori di rischio cardiovascolari ed in presenza di questi, sottoporsi a valutazione vascolare adeguata.

Last Updated on Friday, 01 April 2011 14:09